Il silenzio di questo articolo
Questo articolo è stato scritto in un perfetto silenzio.
Per me il silenzio equivale spesso a un notturno: non è assenza, ma uno spazio percettivo diverso, nel quale le cose sembrano acquistare contorni più sottili e, nello stesso tempo, diventare più presenti.
Questa volta non c’è stata musica.
Ascoltare qualsiasi cosa sarebbe stato troppo: eccessivo, sovrastimolante. Avrebbe aggiunto un’altra presenza alle immagini, agli odori, alla luce e all’acqua che cercavo di ritrovare nella memoria.
Avevo bisogno che non ci fosse nulla fra me e quel paesaggio.
Così, per una volta, la musica che accompagna queste pagine è il silenzio.

Un notturno senza note.
Ci sono luoghi che ricordiamo per ciò che abbiamo visto. Altri per quello che vi è accaduto. Altri ancora rimangono nella memoria in una forma più difficile da definire: come una mescolanza di luce, odori, colori, temperatura dell’aria, rumori lontani. Non sapremmo forse ricostruirli con esattezza su una carta geografica, eppure basterebbe un odore per ritrovarli interi.
Del Conero mi è rimasto soprattutto l’azzurro.
E una sensazione più difficile da nominare: qualcosa di rarefatto, sospeso, incompiuto. Come se, dietro la pienezza della luce estiva, quei luoghi custodissero una forma di attesa.
Qualcosa che non è ancora accaduto.
O che deve ancora finire di accadere.
Qualcosa, semplicemente, di là da venire.
Forse è anche per questo che il Conero, nella mia memoria, non possiede i contorni definiti di certi luoghi ormai consegnati al passato. È rimasto aperto.
Aperto a che cosa, non saprei.
Forse alcuni paesaggi non ci chiedono di essere compresi. Rimangono dentro di noi come possibilità.
Del Conero ricordo allora l’azzurro del mare e quello del cielo, così vicini da sembrare a tratti una stessa materia, interrotta dal verde fitto della macchia mediterranea e dal bianco delle rocce che scendono verso l’Adriatico. Piccole falesie che, inevitabilmente, mi hanno fatto pensare ad altre falesie che amo profondamente, quelle di Étretat.
Il paragone è forse geograficamente improprio, ma la memoria non conosce geografia: procede per somiglianze, per emozioni, per dettagli che si richiamano da luoghi lontanissimi.
E poi c’è il vento.
Sul Conero il mare non ha bisogno di essere visto per essere presente. A volte arriva prima lui, attraverso l’aria. Il vento porta con sé qualcosa di salato, umido, minerale; un odore che si avverte anche quando l’acqua è lontana e che sembra annunciare il mare prima ancora che compaia all’orizzonte.
Nei piccoli borghi costieri, invece, il paesaggio olfattivo cambia improvvisamente. All’odore aperto dell’Adriatico si mescola quello molto più terrestre e quotidiano. Del pesce fritto, per citarne uno. Che esce dai locali, attraversa una strada, rimane per qualche istante fra le case. Non ha nulla della ricercatezza delle ricostruzioni olfattive che cercano di raccontare il mare in una bottiglia: è grasso, caldo, familiare. Ed è proprio per questo autentico. Anche questo, dopo qualche giorno, diventa Conero.
Forse ricordiamo un territorio proprio così: non attraverso un unico odore, ma attraverso una successione di paesaggi olfattivi.
La spiaggia di San Michele è una delle immagini più riconoscibili di Sirolo, una di quelle in cui il Conero sembra comporsi secondo una geometria perfetta: l’acqua trasparente, il verde della macchia mediterranea, la falesia chiara.
Eppure non è così che la ricordo.
Di San Michele ricordo soprattutto la sensazione dell’acqua. Entrare in quella trasparenza, vedere il corpo immerso in una luce diversa. Alla spiaggia del Frate il ricordo è ancora più fisico: rimanere nell’acqua vicino agli scogli, senza fare nulla, lasciando che il suo movimento decidesse per qualche momento la posizione del corpo.
È una forma elementare di benessere che dimentichiamo facilmente. A un certo punto non si guarda più il paesaggio: se ne fa parte.
Ma il Conero che ricordo non è soltanto mare.
C’è il borgo di Filottrano, per esempio.
Inondato da un sole quasi accecante e, nello stesso tempo, immerso in uno strano silenzio. Le case nobiliari, le strade quiete, la luce violenta dell’estate: sembrava un luogo temporaneamente abbandonato dal tempo. Non deserto, piuttosto sospeso. Come se dietro quelle facciate continuassero vite che non avevano alcuna necessità di mostrarsi.
E poi ci sono i colori degli abiti, le stampe vivaci incontrate nelle botteghe e nelle creazioni degli artigiani locali. Dopo tanto azzurro, tanto verde, tanta pietra chiara, quei tessuti sembravano raccogliere il paesaggio e trasformarlo in qualcosa da indossare.
E poi la notte.
Anche del Conero ricordo il cielo: limpido, stellato, improvvisamente immenso quando lo si guarda dalla campagna completamente buia. Senza le luci dei paesi, senza quasi più riferimenti terrestri, lo sguardo sembra poter salire molto più lontano.
Non era il cielo della Borgogna — quello rimane, per me, insuperabile, — ma aveva qualcosa della stessa vertigine: la sensazione che il buio, quando è davvero buio, non restringa il paesaggio ma lo dilati.
Di giorno il Conero è una terra di colori netti: l’azzurro, il verde, il bianco della roccia, il sole. Di notte quei colori scompaiono e rimangono l’aria, il silenzio della campagna e un cielo smisurato.
È forse uno dei pochi momenti in cui un paesaggio sembra diventare più grande proprio quando smettiamo di vederlo.
Infine Recanati.
Non è il mare, naturalmente. E forse proprio per questo il ricordo cambia tono.
Entrando nella casa di Leopardi ho provato una sensazione che non mi aspettavo. Pensavo che quelle stanze, gli oggetti, le finestre, la biblioteca avrebbero restituito una qualche forma di vicinanza.
È accaduto quasi il contrario.
Ho percepito soprattutto una distanza.
Una casa piena di memoria e tuttavia, ai miei occhi, lontana da tutto.
Forse lontana anche da lui.
O forse come lui.
Non saprei dire esattamente perché. È una di quelle impressioni che un luogo lascia prima ancora che si riesca a trasformarle in pensiero.
E forse è meglio non farlo.
Poi si torna verso il mare.
E torna l’azzurro.
Forse è per questo che, dovendo attribuire un odore al Conero, non riuscirei a chiamarlo semplicemente “odore di mare”.
Direi piuttosto che il Conero ha, per me, un odore azzurro.
Non perché l’azzurro possieda davvero un odore, naturalmente, ma perché la percezione non rispetta sempre i confini ordinati con cui siamo abituati a dividere i sensi. Ciò che vediamo può entrare nell’esperienza di ciò che annusiamo; un odore può richiamare un colore, una consistenza, una temperatura, un luogo. E qualche volta accade il contrario: è un colore a diventare così profondamente associato a un’esperienza da sembrare capace di profumare.
Non stupisce allora che anche qui siano nate acque e fragranze che cercano di raccontare il territorio attraverso sentori prevalentemente acquatici. Ho voluto sentirle, naturalmente. Sarebbe stato quasi impossibile per me non farlo.
Annusare il profumo di un luogo mentre ci si trova ancora in quel luogo è un’esperienza curiosa.
Perché a quel punto non si sta più soltanto annusando una fragranza.
Si sta confrontando una rappresentazione con la propria percezione.
Il mare contenuto in una bottiglia con il mare che, fuori, continua a respirare.
Si può mettere un luogo in un flacone?
Ma che cosa significa davvero creare il profumo di un luogo?
La domanda sembra semplice finché non proviamo a rispondere.
Un luogo, infatti, non possiede un solo odore. Possiede un paesaggio olfattivo: una trama mutevole di odori naturali e umani, alcuni persistenti, altri effimeri, che cambiano con l’ora del giorno, la stagione, il vento, la temperatura, la presenza delle persone.
Il mare stesso non ha un unico odore.
Quello che chiamiamo familiarmente “odore di mare” è un’esperienza molto più complessa di quanto suggeriscano queste tre parole. C’è l’aria salmastra, certamente, ma ci sono anche le alghe, la vegetazione costiera, la pietra scaldata dal sole, la sabbia o i ciottoli bagnati, il legno, le creme solari, le cucine dei locali sul lungomare. E poi ci sono gli odori portati dal vento, che appartengono a luoghi che magari non vediamo.
Il paesaggio olfattivo ha infatti una caratteristica affascinante: non rispetta i confini dello spazio visibile.
Possiamo chiudere gli occhi davanti al mare e continuare a sapere che è lì.
Talvolta possiamo sentirne la presenza prima ancora di vederlo.
Gli odori non si limitano a descrivere i luoghi: li estendono.
E quando ce ne andiamo, continuano a farlo nella memoria.
L’odore che ricostruisce il paesaggio
Gli odori hanno una relazione particolare con i luoghi perché possono diventare potenti indizi della memoria autobiografica.
Talvolta basta incontrarne nuovamente uno perché non riaffiori soltanto ciò che lo produceva, ma qualcosa dell’esperienza nella quale era immerso: una stagione, una persona, una sensazione corporea, uno stato emotivo.
È ciò che viene spesso ricondotto al cosiddetto fenomeno proustiano. Gli odori possono agire come indizi capaci di riattivare memorie autobiografiche e, talvolta, l’esperienza soggettiva del ricordo può essere particolarmente intensa.
È allora che accade qualcosa di difficile da descrivere: per un istante sembra tornarci non soltanto un ricordo, ma la qualità percettiva del passato.
Non ricordiamo semplicemente che eravamo lì.
Per qualche secondo, abbiamo quasi la sensazione di esserci di nuovo.
Il mio Conero contiene certamente il salmastro e la vegetazione mediterranea. Ma contiene anche il pesce fritto dei borghi, la pietra sotto il sole, l’aria della campagna di notte. E contiene cose che, in senso stretto, non possiedono alcun odore: la trasparenza dell’acqua di San Michele, il silenzio assolato di Filottrano, il cielo stellato.
Contiene perfino un colore.
L’azzurro.
Siamo abituati a pensare ai sensi come a sistemi separati, mentre la nostra esperienza percettiva nasce dall’integrazione di informazioni provenienti da modalità sensoriali differenti. Anche fra odori e colori sono state osservate quelle che la ricerca definisce corrispondenze crossmodali: associazioni sistematiche, la cui costruzione può risentire delle caratteristiche dello stimolo, dell’apprendimento, della familiarità, del contesto culturale e della storia individuale.
Per questo non direi che l’azzurro possieda un odore.
Direi qualcosa di diverso.
È stato il paesaggio a insegnare un colore ai suoi odori.
Durante quei giorni il vento salmastro, l’acqua trasparente, la luce, il cielo e l’orizzonte dell’Adriatico sono stati percepiti insieme. Nella memoria, ciò che apparteneva a sensi differenti ha finito così per comporre un’unica esperienza.
Un odore può allora richiamare un colore.
E un colore, qualche volta, può sembrare restituirci un odore.

Il mare immaginato
È qui che torno alle acque e ai profumi del Conero.
Anche qui il territorio è stato tradotto in profumi, prevalentemente attraverso sentori acquatici.
Rappresentare olfattivamente un territorio significa inevitabilmente scegliere.
Non perché esista, da qualche parte, un suo odore autentico da riprodurre fedelmente. Al contrario: la percezione di un luogo, anche olfattivamente, rimane in larga parte soggettiva.
Lo stesso paesaggio può lasciare memorie sensoriali differenti in persone diverse.
Dipende da ciò a cui abbiamo prestato attenzione, dalle esperienze precedenti, dalle associazioni costruite nel tempo, dal nostro rapporto con determinati odori e persino da ciò che stavamo vivendo mentre li percepivamo.
Un profumo ispirato a un territorio diventa allora una delle sue possibili narrazioni.
Chi lo crea sceglie alcuni elementi e ne lascia inevitabilmente altri sullo sfondo: il mare o la macchia mediterranea, il vento salmastro o la vegetazione, la luce sulle rocce, la freschezza dell’acqua. Non sta necessariamente riproducendo il Conero. Sta raccontando un Conero possibile.
E lo stesso facciamo noi quando ricordiamo.
Anche la memoria seleziona.
Del mio viaggio non ha conservato ogni strada, ogni panorama, ogni odore. Ha scelto l’azzurro. Il verde. La roccia chiara. Il pesce fritto dei borghi. Il vento che portava il mare anche da lontano. L’acqua trasparente di San Michele. Il corpo immerso accanto agli scogli della spiaggia del Frate. Il sole quasi accecante di Filottrano. Il silenzio delle sue case. Una casa a Recanati che mi è sembrata lontana da tutto, forse persino da Leopardi, o forse semplicemente simile a lui. E un cielo stellato che, nella campagna completamente buia, sembrava diventare immenso.
Un’altra persona potrebbe essere stata negli stessi luoghi e averne conservato un paesaggio completamente diverso.
Forse è proprio questo che rende affascinante il tentativo di dare un profumo a un territorio.
Non si imbottiglia un luogo.
Se ne racconta una percezione.
E quando annusiamo quella percezione, la incontriamo con la nostra.
A volte le due immagini coincidono. Altre volte si sfiorano appena.
È allora che il profumo smette di essere soltanto rappresentazione e diventa memoria.
Per me il Conero resterà probabilmente azzurro.
Non soltanto per il colore del suo mare o per quello del cielo, ma perché durante quei giorni l’azzurro ha finito per legarsi al vento, all’acqua, alla luce e agli odori fino a diventare parte di una stessa esperienza percettiva.
Il suo odore azzurro, dunque, non esiste in assoluto.
Esiste nella mia memoria.
E forse ogni luogo che abbiamo davvero vissuto possiede un odore così: impossibile da trovare su una mappa, difficile da descrivere agli altri, eppure immediatamente riconoscibile quando, molto tempo dopo, qualcosa ce lo restituisce.
Bibliografia
Chu, S., & Downes, J. J. (2000). Odour-evoked autobiographical memories: Psychological investigations of Proustian phenomena. Chemical Senses, 25(1), 111–116.
Demattè, M. L., Sanabria, D., & Spence, C. (2006). Cross-modal associations between odors and colors. Chemical Senses, 31(6), 531–538.
Hackländer, R. P. M., Janssen, S. M. J., & Bermeitinger, C. (2019). An in-depth review of the methods, findings, and theories associated with odor-evoked autobiographical memory. Psychonomic Bulletin & Review, 26(2), 401–429.
Herz, R. S. (2016). The role of odor-evoked memory in psychological and physiological health. Brain Sciences, 6(3), 22.
Porteous, J. D. (1985). Smellscape. Progress in Human Geography, 9(3), 356–378.
