Governare l’invisibile

da

Catherine de Medicis - Francois Clouet

Caterina de’ Medici e la politica della percezione

Questo articolo compare nella sezione Incontri per una ragione precisa. Non racconta soltanto una figura storica: prova a incontrarla.

Caterina de’ Medici, italiana per nascita e formazione, francese per destino dinastico e politico, fu una delle donne più potenti e controverse del Rinascimento europeo. Avvicinarla significa però andare oltre gli avvenimenti che ne hanno costruito la biografia e tentare di intravedere, con tutte le cautele che la distanza storica impone, la sua forma mentale: il modo di adattarsi, attendere, esercitare influenza, trasformare gli ambienti e fare della cultura una modalità del potere.

È, inevitabilmente, un incontro impossibile: cinque secoli ci separano da lei. Ma non è l’assenza a interessarmi. L’assenza, per quanto mi riguarda, non è mai un elemento fascinatore. È, al contrario, la presenza che Caterina ha lasciato dietro di sé: nelle scelte, nelle strategie, nelle arti che sostenne, nella sensibilità che portò da Firenze alla corte di Francia e in quella singolare politica della percezione nella quale anche il profumo sembra trovare il proprio posto.

È attraverso queste tracce che proveremo a incontrarla.


Una ragazza di quattordici anni arriva in Francia portando con sé l’odore di un altro Paese.

Ha attraversato l’Italia e il mare per andare incontro a un uomo che non ha scelto, a una lingua che non è la sua, a una corte della quale ancora non conosce perfettamente i codici. Dietro di sé lascia una città, un’infanzia inquieta, alcuni luoghi familiari. E una cultura nella quale le essenze, le acque odorose, le spezie, le preparazioni degli speziali e l’arte di profumare il corpo e gli oggetti appartengono già a un sofisticato paesaggio sensoriale.

Di tutto questo, però, parleremo dopo.

Prima viene l’odore.

Perché gli odori hanno una strana relazione con le partenze. Possiamo abbandonare una casa, cambiare abiti, imparare un’altra lingua, modificare persino i gesti per adattarli a quelli di chi ci circonda. E tuttavia basta talvolta una traccia odorosa perché il luogo dal quale proveniamo ritorni improvvisamente presente.

Non sappiamo che cosa provasse quella ragazza durante il viaggio. Non sappiamo se un’essenza conosciuta le restituisse Firenze, se la rassicurasse o se fosse semplicemente parte naturale del mondo dal quale proveniva. Attribuirle una nostalgia olfattiva sarebbe seducente, ma significherebbe trasformare la storia in romanzo.

Sappiamo invece che quella ragazza portava con sé qualcosa destinato a lasciare una traccia profonda nella cultura del paese che l’avrebbe accolta: una diversa sensibilità verso il profumo e, più in generale, verso la costruzione sensoriale della presenza.

La ragazza si chiama Caterina de’ Medici.

È il 1533.

Sta andando a sposare Enrico d’Orléans, futuro re Enrico II di Francia.

La storia la ricorderà come regina, madre di tre re, protagonista di una delle stagioni più violente della storia francese. Le attribuirà intrighi, pratiche esoteriche, veleni, persino guanti profumati capaci di uccidere. Ne farà alternativamente una raffinata mecenate del Rinascimento e una sovrana oscura, manipolatrice, inquietante.

Ma questo non è il solito articolo su Caterina de’ Medici.

Ha un’altra ambizione.

Vorrebbe provare a guardare dietro il personaggio, senza pretendere di diagnosticarlo: osservare la bambina cresciuta nella precarietà, la ragazza straniera costretta ad adattarsi, la moglie che per anni vive accanto alla donna amata dal marito, la madre della dinastia e infine la regina che impara a trasformare cultura, arti, rituali, corpi e ambienti in strumenti di presenza e di potere.

E domandarsi se esista un filo che tenga insieme tutto questo.

Forse quel filo è proprio la percezione.

Caterina sembra comprendere qualcosa che il profumo esprime in maniera quasi perfetta: non è necessario essere visibili per modificare lo spazio intorno a sé.

Un odore precede talvolta chi lo indossa. Entra nello spazio dell’altro senza toccarlo. Può annunciare una presenza e sopravviverle per qualche istante quando il corpo se n’è già andato.

È un potere discreto.

Un potere della prossimità.

Un potere dell’invisibile.

Una bambina che impara la precarietà

Caterina nasce a Firenze il 13 aprile 1519 da Lorenzo II de’ Medici, duca di Urbino, e Madeleine de La Tour d’Auvergne. Nel giro di poche settimane perde entrambi i genitori.

È un inizio biografico sul quale sarebbe facile costruire interpretazioni psicologiche suggestive quanto indimostrabili. Non sappiamo che cosa abbia significato soggettivamente per Caterina crescere senza padre e senza madre. Sappiamo però che la sua infanzia fu segnata da ripetuti cambiamenti di tutela e, soprattutto, dalla violenza della politica.

Durante l’assedio di Firenze del 1529-1530, la bambina Medici diviene infatti una pedina preziosa nel conflitto contro la sua stessa famiglia. Viene trattenuta nei conventi nei quali era stata affidata e intorno alla sua sorte circolano proposte persino brutali.

Caterina apprende molto presto una verità che probabilmente non dimenticherà: appartenere a una famiglia potente non significa essere al sicuro.

È forse questo uno dei primi elementi da tenere presenti osservando la donna adulta. Nella sua biografia ritorna continuamente la necessità di adattarsi a situazioni che non ha scelto, comprenderne rapidamente le regole e trovare uno spazio d’azione all’interno di rapporti di forza inizialmente sfavorevoli.

Non parlerei ancora di bisogno di controllo. Una parola diversa mi sembra più appropriata: padronanza.

Il controllo pretende che l’imprevisto non accada. La padronanza consiste nel riuscire a trasformare ciò che è già accaduto.

Caterina, in questo, diventerà straordinariamente abile.

Firenze, 1533

Quando lascia l’Italia ha quattordici anni.

Le nozze con Enrico d’Orléans, secondogenito di Francesco I di Francia, vengono celebrate a Marsiglia il 28 ottobre 1533.

Ed è qui che comincia la storia più conosciuta della Caterina profumata.

Secondo una tradizione consolidata della storia della profumeria, Caterina avrebbe portato con sé Renato Bianco — in Francia René le Florentin — figura alla quale viene associata l’Acqua della Regina, composizione agrumata legata alla tradizione fiorentina di Santa Maria Novella.

Occorre però distinguere la storia dalla sua sedimentazione leggendaria. Il ruolo della cultura italiana nella trasformazione delle pratiche olfattive francesi è indubbio; più difficile è documentare con la stessa sicurezza ogni particolare tramandato intorno a René e alla sua presenza nel seguito della giovanissima Caterina.

Ma forse proprio questa zona incerta è significativa.

Perché il profumiere diventerà quasi il doppio olfattivo della sua regina: prima artefice di raffinatezza, poi, nella leggenda nera, preparatore di sostanze mortali.

Prima, però, viene Firenze.

Caterina non porta semplicemente con sé un profumo. Porta un ambiente sensoriale: pratiche cosmetiche, essenze, acque odorose, saperi degli speziali, oggetti capaci di trattenere e diffondere fragranze.

E qui la domanda psicologica diventa inevitabile:

che cosa portiamo olfattivamente con noi quando lasciamo un luogo?

Gli odori possiedono una particolare capacità di conservare appartenenza. Possono riattivare un luogo quando quel luogo non è più accessibile, ricostruire improvvisamente un ambiente perduto, restituire una sensazione di familiarità prima ancora che intervenga il pensiero cosciente.

Non sappiamo se questo accadesse a Caterina.

Ma sappiamo che la cultura dalla quale proveniva possedeva un odore.

E quell’odore attraversò con lei il confine.

L’altra donna

Alla corte francese Caterina incontra presto un’altra forma di precarietà, questa volta intima.

Enrico è profondamente legato a Diane de Poitiers.

Diane ha circa vent’anni più di lui. È una donna adulta, esperta della corte, colta, elegantissima, celebrata per la propria bellezza e dotata di una straordinaria capacità di costruire la propria immagine. Per Enrico non sarà una semplice avventura extraconiugale. Diventerà amante, confidente, consigliera e figura idealizzata secondo i codici dell’amore cortese.

Il rapporto durerà fino alla morte del re.

Caterina deve dunque vivere accanto alla donna scelta affettivamente dall’uomo che lei ha sposato per ragioni dinastiche.

E per circa dieci anni non riesce ad avere figli.

La condizione è politicamente pericolosa: senza un erede, la sua stessa permanenza nel matrimonio può essere messa in discussione.

Ancora una volta Caterina si trova in una situazione nella quale dispone di un margine d’azione limitato.

Non può obbligare Enrico ad amarla.

Non può eliminare Diane senza opporsi all’uomo dal quale dipende la propria posizione.

Non può rinunciare al proprio ruolo.

Rimane.

Questo verbo, apparentemente modesto, racconta molto di lei.

Osserva, apprende i codici della corte, costruisce relazioni. E infine genera gli eredi che la monarchia attende: avrà dieci figli, tre dei quali diventeranno re di Francia.

Sarebbe facile immaginare una Caterina segretamente divorata dalla gelosia. Non ne abbiamo il diritto. Possiamo però osservare qualcosa di più interessante: una notevole capacità di tollerare a lungo una posizione di frustrazione senza rinunciare alla possibilità futura di agire.

È una qualità che ritroveremo nella sua politica.

Essere percepiti

Caterina non fu celebrata come una delle grandi bellezze del suo tempo.

Diane sì.

La distinzione potrebbe sembrare marginale in una storia politica. Non lo è affatto se osserviamo Caterina attraverso la psicologia della percezione.

Perché essere di bell’aspetto o comunque risultare attraenti ed essere capaci di costruire la propria presenza sono due cose diverse.

Caterina sembra sviluppare progressivamente una sensibilità straordinaria verso la seconda.

È qui che possiamo introdurre l’espressione che forse meglio permette di leggere il suo rapporto con le arti e, infine, con il profumo:

una politica della percezione.

Il potere, per Caterina, non sembra esaurirsi in ciò che viene ordinato, negoziato o deciso. Passa anche attraverso ciò che gli altri vedono, ascoltano, attraversano, indossano e percepiscono.

Negli anni in cui potrà esercitare un’influenza molto maggiore investirà enormemente nelle arti, nell’architettura, negli apparati effimeri, nelle feste, nella musica e nella danza.

Le celebri magnificences della corte dei Valois non sono semplicemente divertimenti sontuosi. Producono una rappresentazione sensibile del potere.

I corpi vengono vestiti.

I corpi vengono disposti nello spazio.

I loro movimenti vengono organizzati attraverso la danza.

La musica costruisce l’ambiente sonoro.

L’architettura e la scenografia costruiscono quello visivo.

E il profumo interviene in un altro spazio ancora: l’aria che separa un corpo dall’altro.

Il corpo aristocratico non è più soltanto un corpo naturale. È un corpo culturalizzato.

Deve essere visto in un certo modo, muoversi secondo determinati codici, occupare uno spazio, assumere una postura, entrare in relazione con gli altri corpi.

E può anche odorare in un certo modo.

Non è forse casuale che una donna formatasi nella raffinata cultura delle corti italiane contribuisca a portare in Francia non un’unica arte, ma un diverso modo di concepire l’esperienza della corte: visiva, sonora, corporea e olfattiva.

Il profumo oltre la bellezza

Qui il rapporto fra Caterina e il profumo diventa molto più interessante della consueta aneddotica storica.

Il profumo possiede una peculiarità psicologica: non cambia il corpo, cambia l’esperienza del corpo.

Non modifica i lineamenti di un volto. Non corregge una proporzione. Non rende una donna oggettivamente più bella.

Modifica però ciò che accade fra quella donna e chi le si avvicina.

Crea anticipazione.

Riduce la distanza.

Costruisce riconoscibilità.

Può produrre attrazione o repulsione.

Può associarsi alla memoria di una persona fino al punto che, molti anni dopo, una determinata nota odorosa restituisca improvvisamente quella persona alla coscienza.

Soprattutto, il profumo compie qualcosa che l’abito non può fare.

Oltrepassa il confine del corpo.

Un vestito termina dove termina la persona che lo indossa. Un gioiello rimane sulla pelle.

Il profumo no.

Occupa uno spazio.

Precede talvolta chi lo indossa.

E può rimanere quando quella persona se n’è andata.

Per una cultura di corte fondata sulla rappresentazione della presenza, è uno strumento straordinario.

E per una donna che non costruisce il proprio potere sulla bellezza, ma impara progressivamente a costruire presenza, la coincidenza è almeno suggestiva.

Non significa che Caterina abbia utilizzato consapevolmente il profumo per compensare il confronto con Diane de Poitiers. Sarebbe psicologia romanzata.

Significa qualcosa di più interessante: che il profumo appartiene perfettamente a quel sistema di trasformazione della percezione che Caterina farà proprio.

Profumare il mondo

Per comprenderlo dobbiamo liberarci dall’idea contemporanea del profumo come liquido contenuto in un flacone e spruzzato sulla pelle.

Nel Rinascimento si profumano corpi e capelli, ma anche abiti, ambienti e oggetti.

E soprattutto guanti.

La pelle conciata poteva conservare odori sgradevoli; trattarla con sostanze aromatiche significava trasformare una necessità materiale in un oggetto sensorialmente raffinato. La cultura dei guanti profumati conoscerà in Francia uno sviluppo tale da contribuire, nel tempo, all’affermazione della figura del gantier-parfumeur.

Il dettaglio è meno frivolo di quanto sembri.

Un oggetto non deve più soltanto essere prezioso o bello.

Deve essere piacevole da avvicinare al corpo.

È una trasformazione della sensibilità.

Il guanto è particolarmente interessante: è pelle che ricopre la pelle. Segue il gesto della mano, entra in contatto con gli oggetti e con gli altri, assorbe e restituisce odore.

Il corpo profumato comincia così ad avere una sorta di estensione invisibile.

Caterina non porta semplicemente in Francia «dei buoni profumi». Contribuisce alla circolazione di una cultura nella quale anche l’invisibile può essere lavorato.

L’odore diventa materia culturale.

Può essere scelto.

Modificato.

Composto.

Applicato alla pelle e agli oggetti.

Messo in relazione con l’identità.

In questo senso il profumo appartiene perfettamente alla politica della percezione di Caterina.

Dare forma al disordine

Nel 1559 tutto cambia.

Enrico II viene ferito durante un torneo e muore pochi giorni dopo.

Caterina ha quarant’anni.

Diane de Poitiers perde immediatamente la posizione eccezionale che l’amore del re le aveva garantito. Caterina le impedisce di accedere al letto di morte del marito; dopo la morte di Enrico, Diane viene allontanata dalla corte e dovrà cedere Chenonceau.

Potremmo raccontarlo come una vendetta.

Sarebbe troppo semplice.

Con la morte di Enrico si chiude un sistema di potere e se ne apre un altro. E Caterina, che per decenni ha imparato a sopravvivere ai margini del centro, si trova progressivamente a diventare il centro.

Ma è un centro terribilmente instabile.

I suoi figli sono giovani. La monarchia è fragile. Le grandi famiglie aristocratiche si contendono influenza. Cattolici e protestanti precipitano verso le guerre di religione.

Ed è proprio dentro questa instabilità che l’attitudine di Caterina alla costruzione della forma sembra diventare più evidente.

Negozia.

Scrive incessantemente.

Organizza incontri.

Costruisce alleanze matrimoniali.

Commissiona edifici.

Colleziona.

Organizza feste.

Mette in scena la monarchia.

Quando l’ordine politico rischia continuamente di dissolversi, Caterina produce rappresentazioni dell’ordine.

Una danza nella quale ciascun corpo possiede un posto.

Una cerimonia nella quale ciascuno conosce il proprio ruolo.

Un’architettura che rende visibile la continuità dinastica.

Una corte che, attraverso immagini, suoni, movimenti e odori, continua a rappresentarsi come corte anche mentre il paese rischia di frantumarsi.

È difficile non vedere, almeno come ipotesi interpretativa, una continuità fra la bambina esposta alla precarietà e la donna adulta che cerca continuamente di dare forma all’instabile.

E ancora una volta il profumo sembra quasi una metafora perfetta.

Che cos’è infatti la profumeria se non l’arte di prendere sostanze volatili, destinate per natura a disperdersi, e tentare di comporle in una forma?

Il lato oscuro dell’invisibile

Ma la storia riserverà a Caterina un paradosso.

La sua capacità di agire attraverso cultura, rappresentazione e mediazione contribuirà anche alla costruzione della sua légende noire.

Dopo il massacro di San Bartolomeo del 1572 — rispetto al quale Caterina ebbe responsabilità politiche reali, ma la cui dinamica è assai più complessa dell’immagine di un massacro interamente progettato da lei — la propaganda protestante contribuirà a trasformarla nell’italiana machiavellica: intrigante, manipolatrice, superstiziosa, assassina.

Una donna straniera.

Una donna potente.

Una donna che esercita spesso il potere indirettamente.

Intorno a lei proliferano racconti di astrologia, pozioni, laboratori segreti, veleni.

E inevitabilmente compare anche il profumo.

Il suo profumiere René diventa nella leggenda anche preparatore di sostanze mortali. A Caterina viene attribuita persino la morte di Jeanne d’Albret , regina di Navarra, una delle figure politiche più autorevoli del protestantesimo francese e madre del futuro Enrico IV.

La leggenda attribuirà a Caterina l’assassinio di Jeanne d’Albret attraverso un paio di guanti profumati e avvelenati, che sarebbero stati preparati dal suo profumiere René le Florentin. Non esistono prove convincenti dell’avvelenamento: le fonti contemporanee ricondussero la morte a cause naturali.

Non abbiamo prove convincenti che sia accaduto.

Ma forse, dal punto di vista della storia culturale dell’olfatto, è ancora più interessante domandarsi perché una simile storia sia sembrata credibile.

Profumo e veleno condividono una proprietà inquietante.

Non si vedono.

Possono entrare nel corpo senza ferirne visibilmente la superficie.

Agiscono nella prossimità.

Il guanto tocca la pelle.

L’essenza emana dal guanto.

Il pericolo rimane invisibile.

La cultura olfattiva associata a Caterina viene così rovesciata contro di lei.

La donna che aveva contribuito a trasformare l’invisibile in raffinatezza diventa, nell’immaginario dei suoi nemici, la donna capace di nascondere la morte nell’invisibile.

E non è difficile riconoscere nella costruzione di questa leggenda anche una particolare paura culturale.

Caterina è straniera, italiana e donna. Non può incarnare il modello tradizionale del sovrano guerriero. Il potere che le viene attribuito è quindi un potere obliquo, segreto, insinuante.

Non la spada, ma il veleno.

Non il campo di battaglia, ma la camera privata.

Non la forza fisica, ma l’intrigo.

Non ciò che si vede, ma ciò che si respira.

La stessa invisibilità che rende affascinante il profumo diventa perfetta per costruire la leggenda di una donna temuta.

Governare l’invisibile

Forse è proprio questa ambivalenza a rendere Caterina de’ Medici così interessante per una Psicologia del Profumo.

Non perché possiamo sostenere che utilizzasse consapevolmente il profumo come uno strumento psicologico di potere. Non ne abbiamo le prove.

Ma perché tutta la sua vicenda sembra interrogare continuamente il rapporto fra presenza e rappresentazione, vulnerabilità e padronanza, corpo e ambiente, visibile e invisibile.

Caterina arriva in Francia come straniera.

Non è la donna amata dal marito.

Non è la grande bellezza della corte.

Per anni non possiede il potere che un giorno eserciterà.

Eppure progressivamente modifica l’ambiente che la circonda.

Porta con sé una cultura.

La innesta in un’altra.

Interviene sugli spazi, sulle immagini, sulle feste, sui corpi, sulle arti e sulla sensibilità.

E anche sugli odori.

Forse allora il lascito olfattivo di Caterina de’ Medici non consiste semplicemente nell’aver «portato il profumo in Francia». La formula è suggestiva, ma troppo piccola per lei.

Il suo contributo appartiene a qualcosa di più vasto: la trasformazione della percezione in cultura.

Il profumo ne è una manifestazione particolarmente raffinata perché non chiede di essere guardato.

Non occupa il centro della scena.

Non impone la propria presenza.

Si diffonde.

Entra nello spazio dell’altro.

Modifica l’ambiente.

E lascia una traccia.

Cinque secoli dopo, forse è proprio questa la più affascinante coincidenza fra Caterina de’ Medici e il profumo che la tradizione le ha legato addosso:

entrambi esercitano la propria presenza anche senza mostrarsi.


Bibliografia essenziale

Storia, Caterina de’ Medici e cultura del profumo

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