ODORI IN UNA BASE MILITARE

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Quattro giorni di pioggia incessante, con minime a undici gradi. L’umidità era ovunque: nella terra, negli alberi che circondavano la base, nell’aria che respiravamo ogni mattina alle 5.15. Si infilava anche dentro le stanze da tre, non ancora ristrutturate, dove l’umidità si faceva più pesante, chiusa. Ricordavo quando, anni prima, la sistemazione era asciutta e confortevole; questa volta, invece, l’odore delle pareti sembrava raccontare la storia della base più di qualsiasi parola.

All’alba, nel silenzio interrotto solo dai nostri passi, percorrevamo a piedi il tragitto verso la mensa. La base è immensa, attraversata da piccoli autobus, ma a quell’ora si camminava. Nell’aria scura e umida arrivava l’odore del cibo prima ancora della luce: speranza di un po’ di sole in mezzo al grigio. Invana.

A colazione, tra il vapore del cibo e l’odore ancora umido dell’alba, ritrovavo sempre il mio piccolo nucleo formato da belgi, francesi, tedeschi e olandesi. Gli stessi volti, alcuni conosciuti da anni altri più recentemente, con i quali, come un filo, avrei attraversato la giornata. Stare insieme per circa diciotto ore al giorno, in momenti così diversi fra loro – la colazione, la fatica, la condivisione serale – è sempre come cucire lentamente un tessuto di fiducia e familiarità. Giorno dopo giorno, gli odori, le risate, persino i silenzi diventavano ponti invisibili: dietro le uniformi, emergevano, emergono sempre le persone.

Poi il trasferimento al poligono, altrettanto vasto. Lì la pioggia è stata una compagna costante: odore di terra, di legno bagnato, e subito, inconfondibile, quello della polvere da sparo. È un odore che si attacca alla pelle, che nemmeno le docce riescono a cancellare del tutto. Un test in aeroporto lo avrebbe rilevato senza esitazione, raccontando quei giorni prima ancora che io potessi farlo. Verso le 11.30, quando la mattina si faceva lunga e la fatica già pesava, tornava l’odore del cibo, intenso, a volte invitante, altre pungente. Molta carne di maiale – che non mangio più da anni – così mi sono adattata al resto del rancio tenendomi stretta la mia piccola scorta di frutta secca e snack: un odore di casa in mezzo a giornate lunghe e faticose.

A onor del vero, devo dire che, è una constatazione, la qualità del cibo che ci viene offerto alla base è decisamente superiore a quello che si può degustare fuori, in città.

Alle 17.15, quando l’odore della polvere da sparo si mescolava ormai alla pioggia, al fango e al sudore stanco di chi aveva vissuto ore intense, il trasferimento verso la base segnava la chiusura lenta della giornata al poligono. Gli autobus raccoglievano corpi silenziosi e pensieri sospesi, e mentre il paesaggio scorreva dietro i vetri appannati, l’odore di umidità, pelle e legno restava attaccato agli abiti come un’eco. Era il momento in cui il rumore del giorno iniziava a dissolversi, preparando il passaggio a un altro rito collettivo: la doccia.

Nei corridoi, l’aria satura di vapore si riempiva di note diverse: alcuni docciaschiuma, discreti, quasi non si percepivano; altri invece, dal profumo troppo invadente, coprivano ogni altra traccia olfattiva fino a diventare un rumore nell’aria. Odori talvolta così forti che, scherzando ma non troppo, andrebbero vietati per legge. Alle 19 la cena sociale: altri odori di cibo, di birra, di voci che si accendono nonostante la stanchezza. Io, fedele alla mia piccola tradizione, mi sono fatta overdosi di Coca-Cola: nelle basi militari non manca mai, energia liquida e piacere semplice in mezzo alla disciplina.

La sera si dilatava in chiacchiere e risate. Negli anni ho costruito legami che ogni volta si rinnovano e qualcuno in più si aggiunge. Persone diverse, vite diverse, eppure un filo comune che resiste al tempo. È incredibile dirlo, ma proprio da quegli uomini sono arrivate dritte perfette per skincare raffinate e profumi di nicchia online: alcuni abituati a ordinare per fidanzate e mogli, altri semplicemente curati e consapevoli di sé. Come è giusto che sia. La maggior parte di loro, militari di professione e di carriera, ha una cura meticolosa anche nella propria vita personale: alimentazione attenta, esercizio fisico costante, attenzione all’aspetto.

E dal mio amico olandese, un gigante buono (mai visto altrove un uomo tanto alto e imponente) con cui parlo in inglese ma che ogni tanto se ne esce con discorsi in olandese – incomprensibili per me – che finiscono sempre, per lui, in una sana risata, è arrivato un dono tanto kitsch quanto desiderato: un nano imbronciato KORPS MARINIERS. Ogni anno, davanti alla sua stanza, ce n’è uno diverso: non è un rituale, ma il suo modo per dire “mi trovate qui”. Ormai lo sappiamo tutti, e ogni volta che arriviamo lo cerchiamo con un sorriso. Ora il nano è nel mio giardino, sotto il cielo italiano, a migliaia di chilometri dalla sua base di provenienza in Olanda. Spero possa apprezzare il clima e l’ambiente circostante. Devo ancora trovargli un nome, ci sto riflettendo. Non ho ancora avuto il tempo di mandare una foto ad Erik, per ringraziarlo. Me l’ha fatto trovare il giorno della partenza, davanti alla mia stanza. Voleva farmi una sorpresa, così mi è stato detto. Io ho dormito un po’ di più e lui era già partito. Un gesto gentile come il suo animo.

Dopo la cena, il saluto del generale e poi, quando sembrava che la giornata fosse finita, iniziava un’altra vita: la PHARMACY. Non una farmacia, ma un “dispensario”, il punto all’esterno dove scorrevano liberi alcool e birra. Musica a volumi improponibili, gare goliardiche che sarebbe meglio non vedere dopo una certa ora – non per moralismo, che non mi appartiene, ma per senso di decenza (per gli uomini che sono e che vedevo poi a colazione il giorno dopo, in pieno controllo di se stessi, rasati, da sembrare quasi riposati). Risate che esplodevano nella notte e un rumore impossibile da ignorare fino alle due del mattino. Poi, di colpo, il silenzio.

In tutto questo, sempre e poi sempre, nel corso degli anni, noi donne ci siamo sentite tranquille, sicure, trattate da pari. Rispetto vero, naturale, costante, che ha reso ogni ritorno un sentirsi a casa. Anche quando di notte cammini da sola per tornare alle barracks.

Alle 5.15 il ciclo ricominciava. L’odore pungente di disinfettante nei bagni separati per uomini e donne segnava il nuovo giorno. Stessa pioggia, stessa stanchezza. Al poligono, nei tempi morti, ci si addormentava sulle panche di legno, impregnate di un odore caldo e materno in mezzo al metallo e al fango.

L’ultimo giorno, a colazione, l’aria sapeva di cibo e malinconia. Ci siamo salutati sfiniti ma contenti, tra abbracci lunghi e promesse di rivederci presto, magari nei nostri Paesi, in vacanza. In quell’istante la pioggia, la stanchezza si sono sciolte in un calore umano che resterà molto più a lungo dei ricordi tecnici. Nessuno si era fatto male e i legami erano più forti di prima.

E una volta tornata a casa, dopo una doccia lunghissima e ritemprante, mi sono infilata in un abito iperfemminile e indossato tacchi alti. Una dose generosa di uno dei miei profumi preferiti. Ma pensavo e sapevo che quell’odore di polvere da sparo, nascosto nella pelle, avrebbe continuato a raccontare la storia di quei quattro giorni molto più a lungo delle mie parole. Questo articolo è stato scritto con, in sottofondo costante, la canzone Monaldin – Femme Like U. (Ft. Emma Peters)